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Articolo giornalistico dedicato a Don Liborio Romano, raccolto da Giovanni Spano

Titolo: Per Liborio Romano nel 140º della morte

Per Liborio Romano nel 140º della morte Il bicentenario della nascita di Garibaldi(1807-2007) che ebbe vita romanzesca, ricca di eroismi e di avventatezze, di avventure, di passione, com’è ovvio, attira l’attenzione generale soprattutto sulla sua impresa più ardita: la spedizione dei Mille nel 1860 e la liberazione del Mezzogiorno. Ponendo in primo piano il momento del trapasso di potere dal regime borbonico a quello sabaudo. Operazione che fu voluta ed orchestrata da uno statista di grade livello, il migliore espresso dal Risorgimento Meridionale : Liborio Romano di Patù (1793-1867). Di questo scomodo personaggio (inopportunamente e subdolamente cancellato fin dal 1861) si è parlato il 17 luglio scorso nella nativa Patù in occasione del 140° anniversario della sua morte, avvenuta nel 1867. Nell’ambito di un convegno, affiancato da una Mostra documentaria e fotografica, organizzato presso il ristorante Mamma Rosa da Giovanni Spano, che si spende con caparbietà per combattere l’oblio e la rimozione sistematica che ostinatamente perdurano nel Mezzogiorno e in Italia sul nome del suo illustre concittadino. Con Maria Sofia Corciulo della Sapienza di Roma, e con Giancarlo Vallone dell’Università del Salento, chi scrive, ha tentato di aprire una breccia in quella antistorica, diabolica,persistente DAMNATIO MEMORIAE che continua a circondare l’opera e l’ immagine pubblica di don Liborio. In quella occasione chi scrive ha svolto alcune considerazioni che vengono qui rese pubbliche a mezzo stampa, con la speranza che esse possano raggiungere altri pubblici, e giovare ad una più obiettiva conoscenza di questo grande salentino. Il Convegno si intitolava, appunto, “Conoscere Liborio Romano”. Già nel 1990 chi scrive aveva richiamato en passant le vicende del giovane avvocato Liborio Romano, in un profilo bio-bibliografico di Oronzo Gabriele Costa(Gli anni leccesi di O.G.Costa) poi riprese in Liborio Romano il grande calunniato(Galatina Panico 1995). Don Liborio, come noto, risultava implicato nella cospirazione settaria che si era venuta dispiegando in provincia dopo il Nonimestre Costituzionale del 1821, ed in particolare nella fumosa, volatile setta degli Edenisti o Ellenisti alla quale, per delazione, fu accusato di appartenere unitamente ad altri rilevati personaggi dell’estremo Salento. Ad accusarlo era stato proprio Oronzo Gabriele Costa di Alessano, il futuro celebre naturalista, professore a Napoli e parlamentare dell’Italia unita il quale, secondo il Romano, “ridotto all’ultima indigenza, avvicinava il sig. Intendente e cercava una risorta nella calunnia.” Sarà perché intimidito dalla polizia, o per guadagnare un qualcosa per la famiglia che si dibatteva in strette economiche, o forse per vendicarsi di un tal avvocato Ferrante che aveva reso pubblica una sua tresca, certo è che il Costa si trovò ad essere confidente dell’Intendente Cito, funzionario fervido e ambizioso, al quale rivelò il 25 giugno 1825 l’esistenza della setta suddetta, e l’inutile tentativo di associarvelo fattogli dal Ferrante. Richiesto di elencare le persone presenti, Costa aveva risposto testualmente: “Non mi ricordo che del solo Don Liborio Romano di Alessano” L’incauta rivelazion portò all’arresto di Liborio Romano e alla sua detenzione per un anno nelle carceri napoletane di S.Maria Apparente, insieme ad altre 13 persone, fra cui, il tristo prete di Corigliano d’Otranto, Gaspare Vergine, morto nel 1841 all’isola di Favignana . Il nome di Costa, col quale Romano non si riconcilierà mai, aveva allungato la lista dei detrattori di don Liborio, sia pure in relazione alle vicende politiche della prima ora. Dopo il 1861 la lista ingrosserà vistosamente, accogliendovi le tante voci ostili allo statista di Patù, ma gradite alla storiografia di parte piemontese. Nel 1995 essa si è allungata ulteriormente grazie alle ricerche di chi scrive che vi ha potuto aggiungere il nome del napoletano Antonio Winspeare, capo di gabinetto al Ministero dell’interno nel 1860, e quindi in posizione di subalternità a don Liborio. Winspeare, diventato prefetto di Lecce nel 1869-70, e poi duca di Salve in forza del matrimonio con Emma Gallone, tenne dei diari che si conservano a Depressa nei quali annotò la visita fattagli da don Liborio il 6 novembre 1866, e vi aggiunse un commento velenoso sul ruolo politico di don Liborio nel 1860, e la sua intenzione di pubblicare le proprie memorie “dal cominciamento della rivoluzione finoggi”. Si trattava della pubblicazione del rendiconto politico che Romano aveva pronto fin dal 1864, ma siccome “egli avea dovuto sferzare un po’ il piemontismo, onde evitare che i suoi nemici ne avessero profittato per calunniarlo presso il Re, egli ne spedì due copie al principe ereditario”. Questi gli aveva risposto che a Casa Savoia la verità era sempre gradita, ma lo aveva pregato di non pubblicare il resoconto “onde non creare imbarazzi al Governo fino alla presa di Venezia”. Così don Liborio lo aveva tenuto nel cassetto, e quel 6 novembre era andato dal Winspeare per consigliarsi se dovesse chiedere al principe il permesso di darlo alle stampe. Winspeare era stato dell’avviso che, una volta “spirato il termine” del tacito accordo, Romano era libero di riprendersi la sua libertà di azione senza chiedere permessi. A questo punto l’altezzoso borbonico, che nel 1860 aveva cercato di contrastare l’apertura di don Liborio a Garibaldi, ne aveva ribadito la critica impietosa, riesumando la “divertente” condotta di questi signori a mio riguardo, intolleranti dei miei consigli. Or superbi, ora vili, infami sempre”. E aveva concluso con sprezzo: “Liborio Romano sei anni prima voleva destituirmi perché io mi opponevo alle licenze in cui egli gittava il paese; oggi viene a chiedermi consiglio sul modo di giustificare la sua condotta! Eppure e gli è deputato, ed io nulla”. All’inedita annotazione di Winspeare, che riesumava antiche accuse insopite, vennero ad aggiungersi articoli ,interviste e dichiarazioni disinformati, di personaggi personaggi e politici di primo piano, a volte digiuni di storia, ma comunque animati, consapevolmente o no, dal malanimo e dalla voglia di discredito dell’operato e della personalità di don Liborio. Come già nel 1995, con Liborio Romano il grande calunniato(Galatina Panico 1995) anche le presenti note si prefiggono di offrire un contributo capace di spezzare questa insopportabile spirale di odio di cui Liborio Romano continua a essere vittima. Solitamente, quando si vuol colpire Romano, l’uomo chiave tra Francesco II e Garibaldi, ci si affida a Raffaele De Cesare che in La fine di un Regno del 1909, aveva minimizzato la storica decisione di Romano di porsi quale tratto di unione e di continuità fra un regime moribondo e un altro nascente. Sono in quel libro accuse tipo ”banderuola in balia dei venti”, o peggio l’altra che “egli non tradì di proposito perché non ebbe la coscienza esatta di quel che volesse, ma si lasciò trascinare dalla corrente”(…) caposcuola glorioso di tutti quei voltafaccia politici e parlamentari, più in piccolo e più volgarmente egoistici, dei quali siam testimoni ogni giorno in questo periodo di parlamentarismo degenerato”(siamo nell’infausto periodo giolittiano). Il che significa, sic et simpliciter, espropriare Romano di quella scelta e decisione epocale che gli appartiene e ne sancisce, nel bene e nel male, la responsabilità storica di protagonista, di maieuta dei “destini della patria”. Anche se non è del tutto convinto delle accuse che formula, ed è costretto ad aggiungere che “I fatti non confortano l’accusa di tradimento, né questa si sarebbe levata contro L.R. se egli, senza interruzione, non fosse rimasto ministro di Garibaldi”. I giudizi di De Cesare si innestano nel clima di risentimento del retrivismo borbonico, che si compendiava in feroci epigrammi come il seguente di Andrea D’Urso, il quale, a modo suo, aveva stimmatizzato la flessibilità politica di Don Liborio, dipinto come l’uomo di ogni stagione e di ogni ministero possibile, sia borbonico che del sinistrismo mazziniano: COL BORBONE DON LIBORIO S’ARRABATTA CON SPINELLI; NEL GOVERNO PROVVISORIO CON CONFORTI E PISANELLI. SE SI CAMBIANO I DESTINI, O CON MAZZA, O CON MAZZINI. D’Urso saprà superarsi sette anni dopo, nel 1867, con un ben più feroce epigramma- epitaffio, scritto in morte del Romano, IL NOSTRO DON LIBORIO CI DIE’ L’ESTREMO VALE. MORI’ – PARE INCREDIBILE – DI MORTE NATURALE. Anche da queste eccelse prove di cattiveria si comprende che quando non fu indicato quale traditore e complice, bersaglio di dileggio rancoroso, don Liborio venne deliberatamente ignorato, rimosso, sprofondato nell’oblio. Difficilmente si cercherà il suo nome nelle copiose Memorie di un Castromediano, così ligio al proprio rigore deontologico, consorte e cavouriano fin dentro al midollo. Anche in tempi a noi più vicini, tempi di ammucchiate celebrative come il Centenario dell’Italia Unita del 1961, la damnatio memoriae è proseguita con protervia, ripetendosi qui, a Lecce, nel volume commemorativo allestito dal bibliotecario dell’epoca Teodoro Pellegrino, Terra d’Otranto durante l’Epopea Risorgimentale dove si offrono anche amenità aneddotiche, ma neanche un breve ricordo dello statista di Patù. Quasi che si sia voluto ricusare, programmaticamente, un infame che ha recato disonore alla piccola patria salentina e alla grande patria Italia. La doppiezza tutta italica, che ha fatto del nostro un esecrato modello, anzi il caposcuola, per dirla col De Cesare, nel 1982 ha ispirato una paginetta allo stesso Leonardo Sciascia, dal titolo Le tre anime di don Liborio, ora recuperata da G.Giacovazzo nel suo volumetto Sciascia in Puglia. Sciascia,rileggendo la celebre epigrafe di Giovanni Bovio, vi vede una costante della storia italiana, la legge delle due anime - un’anima monarchica e un’anima repubblicana, l’irredentismo e l’alleanza con gli stati che lo conculcavano, il colonialismo e il socialismo, il fascismo e l’antifascismo, l’avversione all’imperialismo americano e l’accettazione della Nato,e via così. Insomma un don Liborio personaggio chiave, vero protagonista della fine del regno dei borboni, il quale, più dello stesso Garibaldi (il 1982 era l’anno del centenario della morte dell’eroe) dovrebbe essere ricordato e celebrato: Altro che celebrazioni garibaldine ! E’ don Liborio che bisogna celebrare, esclama Sciascia. Anche perché nessuno meglio di lui, e siamo all’oggi, sapeva tenere a bada la camorra. Aggiungendo, con nuova malizia, che l’epigrafe capolavoro del Bovio perfettamente si attaglia non solo alla vita e alle azioni del Romano, ma anche alla storia italiana dall’unità ad oggi: DA XXIV ANNI O LIBORIO ROMANO / LA STORIA / PENDE IRRESOLUTA / SUL TUO NOME./ MINISTRO POSTREMO / DEL CADENTE BORBONE DI NAPOLI / ADDITAVI L’ESILIO AL TUO RE/ E APRIVI LA REGGIA AL DITTATORE INERME./ CUSTODE DELLE AUTONOMIE REGIONALI / E BANDITORE DI UN’ITALIA FEDERATA / ACCETTAVI L’UNITA’ /SENZA PROTESTE SENZA CONDIZIONI / E DAL VECCHIO AL NUOVO PRINCIPATO / PASSAVI / COME SE DUE ANIME TI POSSEDESSERO / E DUE LEGGI MORALI./ MA LE TRONCATE INSIDIE DI CORTE / LA SERVATA INCOLUMITA PUBBLICA / E IL DIRITTO NAZIONALE / CHE D’UNA IN ALTRA METROPOLI CERCAVA ROMA / TESTIMONIANO / CHE I PECCATI TUOI / FURONO I DESTINI DELLA PATRIA. In definitiva il passaggio dal vecchio al nuovo principato seguitava ad essere ritenuto una“camaleontica condotta” per dirla col senatore anglo-manduriano Lacaita; e ai giorni nostri con l’on Violante, il quale, in un suo articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 21 maggio 1995, mentre registrava l’escalation della criminalità pugliese, e l’incredibile offerta allo Stato di un contrabbandiere di sigarette, di garantire l’ordine pubblico contro i clandestini, in sostituzione delle forze di polizia, a patto di poter disporre di campo libero, non trovava di meglio che rievocare Liborio Romano, amico e colluso con i camorristi, ovvero “il primo rapporto tra la camorra e la politica” che, secondo il le conoscenze di maliziosamente Violante “si risolse in un disastro per lo Stato e in una cuccagna per la camorra”. Basterebbe, invece, ridare un’occhiata distratta alle Lettere Meridionali del Villari, alla celebre lettera dello stesso Liborio Romano al Cavour sulle dieci piaghe del Mezzogiorno, oppure ad altri suoi critici interventi parlamentari e a stampa, per comprendere che la cuccagna fu tutta di marca piemontese, anche grazie all’addomesticata, forse compiacente, rappresentanza politica meridionale dei Castromediano, Massari, Poerio, ecc. La mia non vuole essere una difesa gratuita di Liborio Romano, ma solo un piccolo contributo alla sua piena, incondizionata riabilitazione. Penso che la valutazione di un comportamento non può essere un valore assoluto, ma vada posta in relazione con i tempi e le circostanze che l’hanno determinato e con i fini che si intendevano raggiungere. In tempi di dilagante violenza criminale, L.R.,responsabilizzando gli autori di quella violenza, si era proposto il fine di arginarla e controllarla. Allo stesso modo che oggi, la clemenza nei riguardi dei criminali pentiti, si propone di restringere l’area della malavita organizzata. Assumendo nel settembre 1860 il delicato incarico di ministro dell’interno sotto due diversi regimi, in quel particolarissimo momento di transizione dai Borbone ai Savoia, L.R., impedì sanguinose resistenze, esplosioni di violenze, morti, in una parola, la guerra civile. Nel giro di pochi giorni, sotto l’incalzare sempre più veloce degli avvenimenti tanto più grandi non solo di lui, ma di tutto il mondo politico del 1860, nel precipitare improvviso della situazione e la comparsa irresistibile sulla scena del leggendario eroe dei Mille, seguito dall’entusiasmo delirante delle masse, don Liborio si era trovato, per ragione della specialità del suo ufficio, nell’impossibilità di ritirarsi e lasciare il paese in preda all’anarchia, e contemporaneamente nella impossibilità di contrastare il progetto unitario e la marcia trionfale di Garibaldi. Un dilemma drammatico e senza scampo che sembra sfuggire alla critica pacatamente obiettiva, non quella irosa e scontata del fanatismo borboniano, legittimamente partigiano, ma dell’ostile integralismo deontologico dei cavouriani, e purtroppo di molta storiografia che ancor oggi , ahimé, si ostina a ragionare e parlare unicamente il linguaggio caro ai piemontesi. Affrontando il dilemma suddetto, L.R. capì che c’era in gioco , non l’ambizione di un ministero, ma i destini più alti e più nobili della patria. E fece la sola scelta possibile e sensata che in quel momento poteva e doveva esser fatta. Scelta da allora generalmente e superficialmente irrisa ed esecrata. Poi dovette trascorrere il resto della vita a giustificarla, a difendersene,dai nemici e dagli amici, dagli addebiti mossigli contro, dalla calunnia e l’invidia.Una delle rare voci, criticamente serene, ,comprensive, vicine al dramma di don Liborio è stata quella del grande storico irpino Ruggero Moscati(Liborio Romano,in “Rassegna Storica del Risorgimento” Aprile –Settembre 1959, che consiglierei di ristampare e divulgare). Scrive in proposito il Moscati che nei gioni roventi del settembre del ’60 “il Romano fu sorretto, oltre che dal consenso e dal plauso delle forze liberali della capitale, da quello della grande maggioranza responsabile del paese. Non ci fu in quell’ora decisiva nessuna voce discorde, non si levò contro di lui nessuna accusa: nello speciale e incredibile clima determinatosi in Napoli nelle giornate del 6 e 7 settembre, quel gesto par ve a tutti naturale, logico, spontaneo, apparve anzi a tutti, anche e sovrattutto a chi di lì a qualche mese leverà alta la condanna della propria indignazione moralistica, quasi l’unica garanzia dell’ordinato trapasso dei poteri”. E proseguiva : “Merito grandissimo del Romano l’aver saputo impedire un tramonto sanguinoso della dinastia borbonica, allontanando in anticipo dalla capitale e dal regno tutti i vecchi aguzzini borbonici, rinnovando il personale amministrativo, riformando il sistema carcerario, opponendosi fino alla fine ad ogni manovra reazionaria, reprimendo le congiure di palazzo dei principi di sangue, preparando in realtà la pacifica annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia; un merito che la storia non può disconoscere perché dimostra la lealtà, ed anche l’italianità della sua condotta” In tale terribile congiuntura permanendo il contegno ambiguo del re e delle truppe, l’entusiasmo e l’attesa del Dittatore, il timore del bombardamento della città e del saccheggio del popolo, – aggiunge Moscati – “ tutte le speranze erano quindi in quella polizia eccezionalmente creata da don Liborio – che organizzando la camorra aveva fatto nascere l’ordine dal disordine”, unitamente alla guardia nazionale anch’essa organizzata dal Romano e benemerita dell’ordine pubblico. Poi le accuse e le denigrazioni, dilatate e diffuse abilmente da Torino e da Napoli, dove la destra centralista e prona al governo piemontese, e in particolare gli esuli liberali moderati, i puri del Risorgimento come i ricordati Castromediano, Massari, Poerio, sradicati dai territori di origine, e tornati “piemontizzati” in patria, creano la questione morale per combattere, isolare, diffamare, alla vigilia delle elezioni del 1861, l’avversario temibilissimo, il politico popolarissimo, il difensore dei diseredati, e delle ragioni del Mezzogiorno, che non aveva mai perso il contatto con il popolo. Ma il popolo, “nel suo intuito istintivo comprese subito come sarebbe stato più facile non compromettersi, dar consigli restando nell’ombra, mantenere l’aureola dei puri, che non accettare dei posti di responsabilità, ed apprezzò e ripagò con amore, questo vecchio lavoratore che si rimboccava le maniche e rimaneva sulla breccia, al suo fianco, nel momento del pericolo”. Lo ripagò eleggendolo in otto collegi. Il partito governativo ne fu spaventato. E pose in campo l’infamia della questione morale:anche a quei tempi l’arma appropriata per distruggere l’avversario, l’uomo onesto e non complice, rimasto povero fino alla morte riuscendo ad offuscarne ingiustamente la ricordanza e i meriti eccezionali di patriota, statista, meridionalista. Ed era il bene cui teneva di più, la reputazione e la stima dei suoi concittadini e degli elettori. Perciò penso che L.R. debba essere celebrato, non nel senso indicato da Sciascia, della doppiezza italica, ma per la lucidità dello statista, la sua forte tensione autonomistica e, soprattutto, meridionalistica, il solo meridionale, forse, che poteva reggere il confronto col Cavour, il quale da parte sua ne ebbe grande stima e lo considerava la “milleure tete” del Mezzogiorno. Oggi, dopo gli ultimi studi dell’amico Vallone Liborio Romano. Dalle Sette al Governo(Napoli 2005)e Scritti minori di Liborio Romano(Lecce 2006) esistono le condizioni per un convegno di studi al più alto livello che faccia giustizia di 150 anni di calunnie, distorsioni, e disinformazioni. Parafrasando l’epigrafe di Bovio, è tempo di raddrizzare la storia affinché cessi di pendere irresoluta sul capo di questo insigne e probo salentino, meridionale, italiano. Ed anche il Salento distratto delle questioni di principio e delle defatiganti querelles e risse mediatiche, spesso per un nonnulla, farà bene a ritrovarsi compatto nella battaglia della riabilitazione di uno dei suoi figli migliori. Vittorio ZACCHINO Patù 17 luglio 2007

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Autore: Vittorio Zacchino

Data di pubblicazione: 17/07/2007

Testata: Convegno a 140 anni dalla morte

 
 
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