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Articolo giornalistico dedicato a Don Liborio Romano, raccolto da Giovanni Spano

Titolo: LA LEZIONE DEL PROFESSOR LIBORIO ROMANO

LA LEZIONE DEL PROFESSOR  LIBORIO ROMANO
 
Dopo tanti anni di ricerche e studi relativi al Risorgimento, discorrere sul professor Liborio Romano richiede ancora oggi un’analisi attenta di quanto detto su di lui, ma soprattutto degli innumerevoli scritti che ci ha lasciato, da capire a fondo e non da interpretare, come ingenerosamente invece è stato fatto con la sua personalità. Rileggendo in particolare di fatti e protagonisti degli anni fra la fine della monarchia borbonica e la nascita dello Stato unitario, non può e non deve passare inosservato quanto astio, risentimenti e dileggio sussistano ancora sulla figura di don Liborio da Patù, l’avvocato salentino per oltre trent’anni perseguitato, più volte arrestato, incarcerato, esiliato e per un solo anno circa attivo in incarichi ministeriali, dal giugno 1860 al maggio dell’anno successivo. Così come è oltremodo anomalo che il passato ce lo consegni ancora, per via di quel periodo, come un gran colpevole ed un abile manovratore dei destini degli italiani. E’ doveroso interrogarsi sul perché di tanto fango gettato su di lui, che pare non possa essere rimosso e ripensato, come è stato per altri protagonisti, non solo di quel suo anno di impegni istituzionali, ma di tutto l’arco della sua esistenza. “Infangate, infangate, qualcosa resterà”, diceva Voltaire, e di tracce lasciate ne esistono, ed evidenti.  
Tornato in patria nel 1854 dopo l’ultimo esilio di tre anni in Francia, don Liborio nei cinque anni successivi vive a Napoli, dove è stimato e conosciuto come il più brillante principe    del Foro. Ha 65 anni quando accetta da re Francesco II il difficile compito di Prefetto, per mantenere l’ordine in città. II sovrano è in grave difficoltà davanti ad una situazione non più gestibile e presto lo nomina Ministro degli Interni: non essendo più possibile salvare le sorti del suo Regno occorreva salvaguardare l’ordine pubblico, oltre alla sua stessa incolumità. Ed il Romano, nella sua lettera-rapporto gli offre un quadro non certo visionario di ciò che stava accadendo nel Paese e nel momento in cui lo consiglia di lasciare Napoli è consapevole di quanto fosse disperata la situazione ed inarrestabili le grandi potenze europee, spinta propulsiva della missione di Garibaldi. Il Re accoglie il suggerimento di abbandonare la città prima del suo arrivo e fa in modo che siano le grandi capacità di comunicatore del Romano a redigere per lui l’addio ai suoi sudditi e le motivazioni della sua resa di fronte all’invasore. Fu poi imputata all’avvocato di Patù la responsabilità di aver consegnato personalmente il Regno ai garibaldini ed il sud ai Piemontesi, per vanagloria e tradimento, mentre per la sua versione egli volle solo fare svolgere eventi inevitabili, in modo indolore per la cittadinanza, come in effetti accadde. Garibaldi, al suo arrivo a Napoli, sorpreso dalla sua popolarità, si felicitò per le espressioni di consenso che gli rivolgeva la popolazione e lo sollecitò a valersene per continuare a prendersi cura dell’ordine cittadino. Romano fece presente quanto fosse poco opportuno per lui ricoprire incarichi ministeriali, dopo essere stato fino a pochi giorni prima ministro di Francesco II; gli fu risposto che non si trattava di essere Ministro di qualcuno, ma di servire il Paese. Garibaldi lo convinse così ad accettare il suo secondo incarico pubblico di Ministro. Fu delirio di onnipotenza o preoccupazione per la minaccia di una possibile marcia su Roma del Generale ed un intervento a Napoli di Napoleone? Fu sete di potere o timore di una scarsa attenzione del Dittatore alle condizioni ed alla situazione del Regno napoletano, come il Romano stesso scrisse e riscontrò personalmente nei 25 giorni in cui rimase in carica, per poi dimettersi deluso? La confusione che regnava, dalla città fino alla periferia del Regno, fra entusiasmo ed ostilità al nuovo regime e la preoccupazione per l’impatto che lo stesso avrebbe presto causato, anche sul fenomeno del brigantaggio che prepotentemente continuava a manifestarsi, favorirono l’attenzione del Romano alla proposta di qualche mese dopo: il suo terzo incarico di potere, il 17 gennaio 1861, come Ministro della luogotenenza del Principe Eugenio di Carignano. Fu scelto su intermediazione di colui che considerava un buon amico, Carlo Poerio, e con l’intervento di Costantino Nigra, dieci anni prima Segretario del Primo ministro D’Azeglio, poi Capo di Gabinetto di Cavour al Congresso di Parigi del 1856. Il Nigra è una delle figure più ambigue ed inquietanti da cui il Romano sia stato osteggiato, è colui che de-nigra con toni razzisti e vergognosi il popolo napoletano e le popolazioni del meridione. Interessante leggere in proposito la sua corrispondenza con Cavour, veleno allo stato puro in un quadro falso e vergognoso del Sud; sul Romano esprime il peggior giudizio, sia sulla persona che sul suo operato, offendendolo impunemente: dice di lui che “non sa scrivere, e fa proposte incredibili (..), “(..) mi fa una pena infinita, ma è popolarissimo e quindi devo averlo con me (..)“ E’ carico di un livore da persecutore, scrive come chi ha l’orgoglio ferito e con il fanatismo furioso del conquistatore, istigando il potente contro persone innocenti, dalle opinioni ed origini diverse. E all’indomani delle dimissioni di Romano, giustificate dall’errato comportamento del nuovo Governo, Nigra finalmente soddisfatto dice di lui a Cavour : “(…) Non ha capacità di nessuna specie, non è cattivo ma è debole, senza carattere, con una certa furberia tra contadinesca e curiale, di nessuna convinzione politica e tenerissimo della sua popolarità, buona o cattiva che sia, vera o falsa.” Non è solo questione del suo punto di vista personale, ma di un vero e proprio abisso culturale fra due uomini ed è significativo in proposito comparare i primi anni dei loro curriculum: il giovane dandy piemontese, poeta e scrittore, assurto poi alle più alte cariche della diplomazia europea, cortigiano francese, che si è meritato l’appellativo di “agente segreto del Risorgimento”, parallelamente al Romano, inizia gli studi universitari di diritto, pur con un interesse maggiore per la poesia, e presto li abbandona per arruolarsi a 20 anni, attratto dal conflitto bellico del Piemonte con l’Impero austriaco. Il Romano, giovane serio e studioso promettente, vanto dei suoi bravi professori, invece, all’età di 21 anni ha già la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all’Università di Napoli e non sposa altra causa che quella della giustizia e della lotta al regime borbonico, traendone persecuzioni e reclusioni per sé e la sua onorata famiglia. Scrive molto, anche trattatati di giurisprudenza e nel Foro di Napoli si crea una reputazione di bravo e capace avvocato. Vince la causa per le zolfare della Sicilia, contro il regime borbonico ed i francesi, in favore degli interessi inglesi: probabilmente anche fu questo successo professionale ad ispirare i peggiori nemici e dare avvio al processo di emarginazione e condanna che ancora oggi pesa sulla sua persona. Il Nigra, viceversa, esaurita la fase del guerrigliero, riprende gli studi e si laurea, pur privilegiando la produzione letteraria a quella giurisprudenziale. Evidentemente scaltro ed arrivista, giungerà ad alti incarichi di ambasciatore, benvoluto negli ambienti torinesi e francesi della massoneria, vicino a Napoleone ed amico confidente della Contessa di Castiglione. Nel 1860 su incarico di Cavour, si reca nel sud, e relazionando sulla situazione dell’ex regno delle Due Sicilie, manifesta una volgarità ed una mancanza di rispetto nei confronti di un popolo, degni del peggior elemento. Il suo rapporto sullo stato del Regno napoletano è pressappochista e superficiale, pieno di astio e preconcetti, come probabilmente lo spirito del suo redattore. Dopo le prime elezioni per il nuovo Parlamento piemontese tenterà anche di vanificare il successo elettorale di 400.000 preferenze del Romano, provando a non far ratificare la sua nomina. Cavour, nelle loro corrispondenze lo asseconda, non sappiamo se per tolleranza o per interessata necessità, ma decide d’incontrare personalmente don Liborio e lo invita a Torino. Alla sua visita, Romano fa precedere una lunga lettera in dieci capitoli, dotta, dettagliata nei contenuti giuridici e sociologici e nelle ipotesi sulle necessità governative e legislative, ricca di dottrina, di principi di libertà ed amor patrio. Consapevole di possedere un’ampia conoscenza pratica dell’ambiente politico, come pochi o quasi nessuno in quei tempi, e solide nozioni di economia politica, di essere competente su temi letterari, giurisprudenziali ed anche in campi scientifici, scrive un rapporto sulle condizioni del meridione che sicuramente avrà creato ripensamenti sull’immagine di lui data dal Nigra. L’incontro si protrae a lungo, piacevole e costruttivo ed il piemontese conosce un vero gentiluomo meridionale, colto e tanto educato. In quel colloquio, secondo Romano, lo statista aveva dedicato grande attenzione ala sua relazione, discutendone punto su punto ed apprezzandone la completezza, l’ampia disamina sulla situazione reale ed i giusti suggerimenti colti e competenti in fatto di diritto e di economia, nonché di ordinamento ed amministrazione statale. In quel Sud in difficoltà era fondamentale per il nuovo regime essere seriamente informato sulle questioni della popolazione ed i problemi esistenti.
E’ stato detto che Cavour decise di estromettere Romano da ogni incarico, ma fu la sua prematura morte, a pochi giorni da quell’incontro, a deviare il corso della storia: ciò che accade quando perdono la vita i protagonisti in grado di segnare le sorti di un paese. Altre conversazioni ci sarebbero probabilmente ancora state fra i due. Un altro falso storico è stato il bollare l’atteggiamento di Romano in Parlamento come un ulteriore suo voltafaccia, alla destra liberale a favore della sinistra: fu invece una presa di distanze dal malcostume, dalla tendenza alla corruzione ed al rifiuto di valori che ebbe modo di toccare con mano durante le sedute. Fra le tante delusioni ebbe anche quella di aver visto in Parlamento proprio i suoi conterranei disinteressarsi delle sorti dei territori e delle genti meridionali. Nella corrispondenza con l’amico Ercole Stasi c’è la disillusione per il fallimento nei rapporti umani, ma è ancora mediata dalla preoccupazione per il bene pubblico, sfuggita agli attori della scena politica del momento: “le immoralità degli uomini e, più ancora, la ingratitudine cominciano anco a pesare sopra di me”, gli scrive il 27 agosto 1865 “quali turpissime azioni, quali uomini! Fango, fango e calcato fango. Ma noi dobbiamo morire come abbiamo cominciato …”.
Anche gli amici massoni lo avevano tradito, estromettendolo dall’ambiente nel quale era stato benvoluto e vicino fin dalla giovinezza, e che gli era costato pure il carcere; probabilmente seguivano un disegno più ampio che collegava tanti confratelli all’obiettivo della sua emarginazione, fino a Giovanni Bovio, che trent’anni dopo la sua morte volle esaltarsi infamandolo con la nota lapide apposta a Napoli. Oggetto di sberleffi Romano, onorato Nigra a Torino dall’intitolazione di molti istituti scolastici, merito per le grandi persone e letterati di valore. Nonostante tutto però in Salento non c’è paesino che non abbia una via intitolata a don Liborio, suo figlio illustre, pur se vi è poca conoscenza nella popolazione, a parte fra gli addetti ai lavori, della sua persona; nella piazza di Patù, per iniziativa di bravi concittadini, un busto ed una lapide lo ricordano, ed un’Associazione col suo nome mantiene viva la sua memoria e promuove studi e ricerche su di lui. Nel 1867, in un momento di aspirazioni confuse ed ideologie in rovina, di equilibri politici gestiti da arrivisti al saldo di Chiesa, Corte e Parlamento, poco prima di morire, Romano riesce a terminare le sue Memorie politiche, formula l’ultima arringa, ampia visione dell’agire in politica dei suoi antagonisti, per rivendicare la verità sui fatti che gli onesti riconobbero, ma che i posteri pare non vogliano ancora accettare. Vi sono i contorni di un personaggio colto e sensibile che, preso dal demone politico, ed alla stregua dei grandi incontrati nelle sue letture, ha cercato di agire sui contemporanei per manipolare gli eventi attraverso le anime, convinto che fosse possibile manipolare le anime attraverso le opere letterarie frutto dell’ingegno. Ormai lontano dal passato, dai  trionfi e dalle umiliazioni, dalla concezione tradizionale che lo aveva avvicinato al sovrano borbone, secondo la quale è solo il monarca che può consacrare il genio ed il valore, sa che il futuro darà credito alle sue ragioni, alle preoccupazioni sul processo di unificazione, che non doveva essere annessione, ma integrazione. Si può ben amministrare solo ciò che si conosce, si conciliano diverse culture e tradizioni solo se le si comprende onestamente, senza preconcetti e se si amano come bene comune tutto il territorio e le genti del proprio Paese. La questione meridionale, ancora irrisolta e che conosce nuove reminiscenze col rinnovarsi di pericolose e pretestuose distinzioni nord-sud, affonda in quegli anni le sue radici più profonde. Questa la grande lectio magistralis del professor Romano: è nel comportamento dei potenti di allora che è l’origine, ed anche il rimedio, al fallimento del più importante processo d’integrazione fra i cittadini delle varie regioni, quello dell’Italia unita.
 
LORENA CALZOLARI - PRIMA CLASSIFICATA AL BANDO LETTERARIO "VERETUM" PATU' 2018 - 
Articolo letto 13 volte

Autore: MORENA CALZOLARI

Data di pubblicazione: 20/07/2019

Testata: BANDO LETTERARIO

 
 
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