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  Libro degli ospiti - Don Liborio Romano

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Ci sono 225 Messaggi

paolo

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Scritto da : sabato, 20 giugno 2009 00:10:42
Località : chiaramonte/Ragusa
E-mail : wsicilia@libero.it
Messaggio : Caro Sig. Spano,
al momento tutto è ritornato funzionante.
Grazie.
Paolo
paolo

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Scritto da : sabato, 20 giugno 2009 00:08:31
Località : chiaramonte/Ragusa
E-mail : wsicilia@libero.it
Messaggio : Carissimo Sig. Spano,
a più riprese ho cercato di inviare taluni articoli
senza tuttavia riuscirci, e-mail comprese.
In particolare, dopo la scrittura del messaggio, compresa la battitura dei cinque numeri del codice sottostante, esce la dicitura di errore; seppure lo scrivente non è molto bravo al computer, ritiene tuttavia che c'è qualcosa che mi sfugge nella procedura.
Può aiutarmi o spiegarmi la causa di tale disguido ?
Grazie.
Paolo
Rosario Mastroleo

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Scritto da : venerdì, 19 giugno 2009 23:56:13
Messaggio : L’Associazione Culturale “Due Sicilie” di Gioiosa Jonica (RC)

SAVOIA? NO, GRAZIE

1° febbraio 1862 il turpe Liborio Romano, quale deputato, propose nel parlamento piemontese di vendere tutti i beni demaniali e degli istituti di beneficenza delle Due Sicilie a prezzo minore del valore reale, a rate fino a 26 anni, pagabile con titoli di Stato al 5%.


25 GIUGNO 1874: L’ASTA DELLA VERGOGNA!
Vendita dello STABILIMENTO METALLURGICO di MONGIANA

In "ottemperanza" alla Legge 23 Giugno 1873 ed in sintonia con il programma di "liberazione" del Sud, il nuovo Regno d'Italia liberava i meridionali di uno dei complessi industriali più considerevoli esistenti nell'ex Regno delle Due Sicilie: lo STABILIMENTO METALLURGICO di MONGIANA (1.500 operai).
Venivano lasciate sul lastrico 1.500 famiglie di operai, fino a quel momento regolarmente salariati; si procedeva cinicamente e spudoratamente allo smantellamento del più grande complesso industriale siderurgico della penisola italiana, che il nuovo Stato, già nel 1862, includeva tra i beni demaniali da alienare.

Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana, Stilo e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore di materia prima e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica lavorando a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (1.167 tonnellate), senza alcun segnale di crisi. Nel 1862 la produzione viene più che dimezzata, insieme ai dipendenti dello stabilimento, posti in cassa integrazione e, quindi, licenziati. Contemporaneamente si registra un incremento degli stabilimenti dell'area ligure-piemontese (l'Ansaldo, che prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti, dopo questa data li raddoppia).

Il Regno d’Italia dei Savoia cancellò l’industria meridionale ed utilizzò le risorse del Sud per finanziare lo sviluppo economico del Nord.

Gli operai calabresi di Mongiana chiedevano di continuare a lavorare nei loro paesi: furono costretti ad emigrare (o a diventare "briganti").
Fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme: tutto il complesso mongianese diventò la "casa di campagna" di Achille Fazzari, ex garibaldino, che l'aveva "acquistato" all'asta per poco più di cinquecentomilalire!
Nessuno più ha memoria di questa vicenda. Mongiana è oggi un piccolo paese, tra i più spopolati e poveri della Calabria.
I calabresi e tutti i meridionali costretti ad emigrare attendono ancora di veder riconosciuta e restituita dignità al proprio passato!
Rosario Mastroleo

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Scritto da : venerdì, 19 giugno 2009 22:22:16
Messaggio : LETTERA AI SINDACI ITALIANI
INOLTRATE OLTRE MILLE LETTERE
LE PRIME RISPOSTE DEI COMUNI


Gioiosa Jonica, novembre 2003
INOLTRATE OLTRE MILLE LETTERE
L’ASSOCIAZIONE CULTURALE DUE SICILIE di Gioiosa Jonica ha già inoltrato oltre mille copie della seguente lettera, destinata a tutti i Sindaci italiani.
____________________________________________________________________________________________________________
LA STORIA NON PERDONA NEPPURE AI VINCITORI:E’ L’ORA DI RIVEDERE LA TOPONOMASTICA CELEBRATIVA DEL RISORGIMENTO
Egr. Sig. Sindaco,
in un saggio dal titolo “La repressione del dissenso politico nell’Italia liberale: stati d’assedio e giustizia militare” (“Rivista di storia contemporanea”, 1976, n. 4), l’ex magistrato ed ex presidente della Camera dei Deputati, Luciano Violante rileva l’illegittimità costituzionale di una legge del 1863 (con riferimento all’art.71 dello statuto albertino), rivolta alla repressione del brigantaggio nelle province meridionali, tristemente nota come legge Pica dal nome del suo presentatore.
Indipendentemente dal giudizio tecnico-politico sulla costituzionalità della legge, la valutazione che la storiografia italiana ha dato, a partire dalle opere di Piero Gobetti e di Antonio Gramsci, e continua a dare, sulle operazioni militari dirette alla repressione del moto è pesantemente negativa: una macchia sull’onore dell’esercito piemontese. E’ un fatto che questo si rese colpevole di uccisioni indiscriminate di briganti, e di non briganti a mero scopo intimidatorio, di fucilazioni sommarie di contadini e contadine, dell’incendio e del saccheggio di centinaia e centinaia di villaggi, di stupri e di altre violenze private, della persecuzione dell’intera classe dei poveri.
La repressione del brigantaggio fu un’operazione selvaggia, che determinò l’insicurezza del vivere per i cittadini di una ventina di province e segnò di amare conseguenze tutte le regioni meridionali per oltre un cinquantennio.
Non si tratta di un giudizio, ma della dura rappresentazione dei fatti. In particolar modo la condanna della storia si abbatte su Nino Bixio, Raffaele Cadorna, Enrico Cialdini, Giuseppe Govone, Alfonso La Marmora, Giuseppe Pica, Ferdinando Pinelli, Pietro Quintini, Gaetano Sacchi, Silvio Spaventa (cfr. le brevi notizie biografiche allegate).
Qualunque celebrazione di questi personaggi è un’onta alla civiltà, al diritto, alla morale corrente, alla memoria storica ed alla dignità delle popolazioni meridionali.
Siamo certi che Codesta Municipalità, come primo atto, vorrà rimuovere le lapidi o altri pubblici segni che ne ricordino il nome e che vorrà cambiare la denominazione delle vie e delle piazze a costoro intitolate, dedicandole a chi ha reso veramente onore alla cultura ed alla civiltà.
Il Presidente
Nicola Zitara

Nino Bixio, luogotenente garibaldino, responsabile delle stragi di Bronte, di Biancavilla e di altri paesi della fascia etnea.
Raffaele Cadorna, generale, fu inviato a Palermo in occasione della rivolta del 1866. L’indiscriminata repressione provocò diverse migliaia di vittime.
Enrico Cialdini, luogotenente a Napoli nel 1861. Fu uno dei maggiori responsabili degli eccidi consumati durante la repressione del brigantaggio.
Giuseppe Govone, generale, operò nella valle del Liri e poi in Sicilia, introducendo nell’isola “uno stato di emergenza e di dittatura delle autorità militari, effettuando massicci rastrellamenti di renitenti, di sospetti, di evasi dalle carceri e di pregiudicati” (Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, pag. 280).
Alfonso La Marmora, generale, prese il posto di Cialdini a Napoli e ne continuò la feroce opera di repressione. Definì “branco di carogne” i soldati borbonici deportati in nord Italia solo perché non intesero passare nell’esercito sabaudo.
Giuseppe Pica, deputato. Insieme al toscano Peruzzi fu il presentatore della legge che instaurò in diverse province meridionali lo stato d’assedio (cosiddetta legge Pica). Questa legge comportò la strage di migliaia di persone incolpevoli e una guerra fratricida.
Ferdinando Pinelli, generale di brigata, ordinò repressioni e violenze inaudite nel Piceno, Teramano ed Aquilano fucilando tutti coloro che “con parole o con denaro o con altri mezzi eccitassero i villici ad insorgere” oppure “con parole od atti insultassero lo stemma di Savoia, il ritratto del re, la bandiera nazionale”.
Pietro Quintini, colonnello, particolarmente famigerato per la strage di Scurcola Marsicana (AQ) del 22 gennaio 1861, dove ordinò il massacro dei prigionieri.
Gaetano Sacchi, generale, comandante della divisione militare di Catanzaro. Mise a ferro e fuoco l’intera provincia.
Silvio Spaventa, quale direttore dell’Interno e di polizia del governo luogotenenziale a Napoli, fece fucilare, imprigionare e deportare moltissimi meridionali, talvolta solo perché tiepidi nei confronti del nuovo Stato unitario. Fu definito “una canaglia” dallo stesso Alfonso La Marmora.

Rosario Mastroleo

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Scritto da : venerdì, 19 giugno 2009 17:01:19
Messaggio : DAL CAMPO DI PRIGIONIA DI FENESTRELLE I PRIMI NOMI DEI SOLDATI NAPOLETANI MORTI DURANTE LA FORZATA DETENZIONE

Il nostro primo studio sui campi di prigionia per soldati Napolitani, apparso sulla rivista L'Alfiere, diede origine ad un piú ampio saggio di Fulvio Izzo sull'argomento (I Lager dei Savoia). Le due ricerche, integrandosi, sono state alla base di una nuova messa a fuoco dell'ultima storia militare del Sud indipendente. Indro Montanelli negò l'esistenza dei campi di concentramento al Nord per soldati meridionali durante le fasi costitutive dell'unità d'Italia; ma, la sua, fu una difesa aprioristica e settaria del principio risorgimentale perché se avesse avuto voglia di documentarsi, ed i nostri studi offrivano la bibliografia inoppugnabile, avrebbe potuto consultare i Carteggi di Cavour, base di partenza per conoscere il problema. Bastava limitarsi al solo volume dedicato all'indice dei precedenti 15 volumi, per trovare a pag. 188 il titolo "prigionieri di guerra Napoletani" con l'indicazione di ben 19 dispacci riportati nel terzo volume "La liberazione del Mezzogiorno" dove si parla diffusamente dei soldati del Sud e del loro triste destino.

Piú autorevoli studiosi della materia hanno invece accolte le nostre ricerche con maggior serietà ed il prof. Roberto Martucci, storico dell'Università di Macerata, ha scritto con coraggio: "il silenzio della piú consolidata riflessione storiografica sull'argomento appena evocato, consentirebbe di ipotizzare l'inesistenza o la non rilevanza del fenomeno dei prigionieri nelle guerre risorgimentali, anche a causa della stessa brevità degli eventi bellici di quella fase storica, generalmente limitati a poche settimane di conflitto. Impressione che risulta rafforzata dalla lettura di testi coevi quali quelli del borbonico Giacinto De Sivo, che dedica poche righe alla questione, o del liberale Nicola Nisco che in proposito tace. Meraviglia di piú il silenzio conservato dal giornalista e politico liberale Raffaele De Cesare, che ha scritto a pochi decenni dagli avvenimenti, sulla base di testimonianze dirette integrate da un'interessante bibliografia, senza tuttavia prestare la minima attenzione al problema. Il fatto poi che neppure il compiuto affresco legittimista di Sir Harold Acton, tracciato in anni a noi piú vicini, si riferisca al tema crepuscolare della prigionia, sembrerebbe autorizzare una presa di distanza dalle poche righe con cui padre Buttà tentò a suo tempo di sfidare l'oblio dei posteri".

La questione assume però contorni del tutto differenti se, abbandonato l'alveo della ricostruzione storiografica, proviamo ad interrogare quell'inesplorato e vasto microcosmo costituito dall'imponente Carteggio del conte di Cavour. Occultati tra migliaia di dispacci troviamo, infatti, una ventina di documenti che evocano a grandi linee una questione non marginale, suggerendo approfondimenti archivistici tali da riempire una pagina restata finora bianca nella storia militare dell'unificazione italiana. Essi aprono anche interessanti prospettive di ricerca riguardo alle relazioni interpersonali tra settentrionali e meridionali e all'uso di alcuni stereotipi divenuti di uso frequente nei decenni postunitari, per qualificare gli appartenenti ai ceti piú umili del cessato Regno delle Due Sicilie.

Sottoscriviamo le parole dello storico con una riserva: la conoscenza del problema relativo alla prigionia dei soldati Napolitani colmerà certamente "una pagina restata finora bianca nella storia militare dell'unificazione italiana" ma andrà a formare, principalmente, il capitolo ricostruito a peritura vergogna di una classe politica e di una dinastia che unificarono in quel modo, "col ferro e col fuoco", Stati di tradizione italiana di gran lunga superiore a quella del Piemonte.

Tornando ai nostri studi dobbiamo registrare un passo in avanti della ricerca, divenuta ormai un tema caro a tanti studiosi che si sentono eredi, oltre che discendenti, del cessato Regno delle Due Sicilie. Il passo in avanti riguarda la situazione del campo di concentramento di Fenestrelle. Questo luogo, situato a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, divenne la base di raggruppamento dei soldati borbonici piú ostinati: quelli, per intenderci, che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi.

Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre Napoletano, don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla repubblica partenopea il 13 giugno del 1799, vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni.

A Fenestrelle, quindi, giunsero i primi "terroni" ed in questo luogo molti di essi cessarono di vivere. Il numero di coloro che trovarono la morte non è certo perché le cronache locali parlano di migliaia di soldati prigionieri morti ma non registrati. I loro corpi venivano gettati, "per motivi igienici", nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Il personale addetto alla fortezza conferma ancora oggi l'esistenza della vasca.

Ma a Fenestrelle funzionava anche un ospedale da campo dove furono ricoverati alcuni prigionieri. Coloro che morirono nell'ospedale vennero annotati nel libro dei morti di Fenestrelle e la Provvidenza ha permesso che alcune annate del libro parocchiale dei morti si sia potuto consultare, anche se molto velocemente.

Il dottor Antonio Pagano, accompagnato dal dott Piergiorgio Tiscar, discendente del maggiore don Raffaele Tiscar de los Rios, capitolato a Civitella del Tronto, recatosi il 22 maggio scorso a Fenestrelle in sopralluogo per organizzare la commemorazione dei nostri prigionieri che si terrà sabato 24 giugno, ha visionato il libro dei morti ed ha stilato velocemente l'elenco che ora si pubblica. I registri del 1860 e del 1861 sono scritti in francese ed i nostri soldati vengono definiti "prigionieri di guerra napoletani". I registri del 1862, del 1863, del 1864 e del 1865 sono scritti in italiano e definiscono i prigionieri morti "soldati cacciatori franchi". Mancano all'appello i registri dal 1866 al 1870 perché prestati ad uno studioso di Torino. Avremmo modo, in futuro, di colmare la lacuna e correggere eventuali errori di trascrizione

Elenchiamo ora i nomi dei nostri Caduti con religiosa emozione al fine di restituire alla loro memoria, dopo 140 anni, gli onori ed il rispetto che meritano per il sacrificio sopportato.

* ANNO 1860
1. Garloschini Pietro, m. 1.10, di Montesacco (?)
2. Conte Francesco, m. 11.11, di Isernia, anni 24
3. Leonardo Valente, m. 23.11, di Carpinosa, anni 23
4. Palatucci Salvatore, m. 30.11, di Napoli, anni 26
5. Suchese (?) Francesco, m. 30.11, di Napoli
* ANNO 1861
1. Scopettino Matteo, m. 24.8, di Chieti, anni 22
2. Miggo Salvatore, m. 7.10, di Galatina (Lecce) anni 24
* ANNO 1862
1. Donofrio Carmine, m. 16.1, di Villamagna (Chieti) , anni 27
2. Caviglioli Marco, m. 29.1, di Cosciano (?)
3. Palmieri Biagio, m. 5.2, di Teano, anni 23
4. Visconti Domenico, m. 16.4, di Cosenza, anni 28
5. Mulinazzi Francesco, m. 20.7, di Benevento, anni 24
6. Gentile Rocco, m. 24.7, di Avellino, anni 25
7. Leo Vincenzo, m. 18.9, di Veroli (Frosinone), anni 26
8. Lombardi Nicola, m. 25.9, di Modigliano (?)
9. Vettori Antonio, m. 7.11, di Amantea, anni 26
* ANNO 1863
1. Mazzacane Cristoforo, m. 18.2, di (?)
2. Pripicchio Raffaele, m. 21.3, di Paola, anni 23
3. Giampietro Giovanni, m. 9.5, di Moliterno, anni 28
4. Milotta Giuseppe, m. 23.5, di Sala, anni 24
5. Spadari Ruggero, m. 25.5, di Barletta, anni 24
6. Serbo Tommaso, m. 17.8, di Triolo - Gareffa (?), anni 26
7. Gaeta Giordano, m. 11.10, di Pellizzano (Salerno), anni 32
8. Gorace Domenico, m. 15.12, di Palma, anni 32
9. Grossetti Angelo, m. 23.12, di Mura (Vestone), anni 25
* ANNO 1864
1. Masareca Giuseppe, m. 20.1, di Basilicata, anni 22
2. Morino Santo, m. 29.1, di Mussano (Lecce), anni 26
3. Pastorini Andrea, m. 16.2, di Maregno (?), anni 27
4. Montis Salvatore, m. 24.4, di Tramalza (?)
5. Palermo Giovanni, m. 12.5, di Atripalda, anni 32
6. Cirillo Salvatore, m. 17.5, di Boscotrecase (Napoli), anni 32
7. Pellegrini Massimiliano, m. 11.6, di Colorno (?), anni 26
8. Mossetti Antonio, m. 5.7, di Montalbano Jonico, anni 22
9. Di Giacomo Pasquale, m. 8.7, di Sessa Aurunca, anni 23
10. Giannetto Antonio, m. 19.7, di Zarca (?), anni 30
11. Davarone Francesco, m. 25.7, di Avellino, anni 26
12. Carpinone Cosimo, m. 4.11, di Fossaceca, anni 31
13. Bononato Carmelo, m. 17.11, di Belvedere, anni 27
14. Melloni Antonio, m. 20.11, di Sersini (?), anni 24
* ANNO 1865
1. Laise Nunziato, m. 25.1, di Cetrara, anni 24
2. Barese Sebastiano, m. 30.1, di Montecuso, anni 26
3. Catania Angelo, m. 11.2, di Ischitella, anni 22
4. Pessina Luigi, m. 21.2, di Gragnano, anni 27
5. Mossuto Giuseppe, m. 1.4, di Moriale, anni 25
6. Guaimaro Mariano, m. 8.4, di Sala Consilina, anni 30
7. Torrese Andrea, m. 11.5, di Avenza, anni 21
8. Colacitti Salvatore, m. 15.5, Montepaone, anni 24
9. Santoro Giuseppe, m. 20.5, di Sattaraco (?), anni 27
10. Tarzia Pietro, m. 31.5, di Valle d'Olmo, anni 24
11. Palmese Tommaso, m. 6.9, di Saviano, anni 24
12. Ferri Marco, m. 11.10, di Venafro, anni 24

Elenco compilato a Fenestrelle
Il giovedí 25 maggio 2000, alle ore 12,30, da:
- Antonio Pagano
- Pier Giorgio Tiscar

Questi soldati del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Erano poco piú che ragazzi: il piú giovane aveva 22 anni, il piú vecchio 32. Se non fossero stati relegati a Fenestrelle probabilmente sarebbero divenuti "briganti" e, forse, anche per questo motivo, furono relegati a Fenestrelle, fortezza del liberale piemonte, dove, entrando, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "OGNUNO VALE NON IN QUANTO E' MA IN QUANTO PRODUCE" . Motto antesignano del piú celebre e sinistro slogan che si poteva leggere nei lager nazisti: "ARBEIT MACHT FREI".

Non deve destare meraviglia l'abbinamento perché la guerra del risorgimento, come ha giustamente osservato di recente Ulderico Nisticò, fu una guerra ideologica. E la guerra ideologica non può che concludersi con lo sterminio del "nemico".

FRANCESCO MAURIZIO DI GIOVINE
Rosario Mastroleo

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Scritto da : venerdì, 19 giugno 2009 16:54:17
Messaggio : Legge Pica:
" Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari;
Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione;
Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena;
Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi;
Art.5: In aumento dell'articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell'Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati)
Rosario Mastroleo

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Scritto da : venerdì, 19 giugno 2009 16:52:09
Messaggio : Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco "chiara" del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti [6].
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7].

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell'ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei "lager dei Savoia", uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo "spirito del tempo".

STEFANIA MAFFEO
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